Si può cambiare la realtà attraverso il linguaggio? (conversazioni sulla traduzione transfemminista)

Leggendo “La Straniera” di Claudia Durastanti, mi sono resa conto di quanto sia limitata e limitante la cerniera del linguaggio. Lo sapevo già quando ho incontrato Wittgenstein, e questo stride spesso con il codice giornalistico. Il libro mi ha fatto capire che esiste un codice comunicativo normato e altre migliaia di modi di comunicare per chi, per vari motivi, nasce o affronta una disabilità comunicativa. C’è una “scena” in “La Straniera” in cui la mamma dell’autrice, sordomuta, guarda il festival di Sanremo con la figlia sul divano. E sembra divertirsi pur non riuscendo ad ascoltare. La figlia si interroga e trova l’ingiustizia nel nostro sistema normodotato: perché non inventare un modo per rappresentare le emozioni di una canzone anche per chi non può ascoltarle?

Sulla scia di questa riflessione ho fatto delle domande a un’amica, Saura (aka Laura Fontanella) che ha scritto “Il corpo del testo”, un saggio sulla traduzione transfemminista. Che cos’è? Ce lo spiega qui sotto, dopo una serie di domande (quasi esistenziali) su linguaggio e politica. Il titolo del libro è davvero perfetto: il testo ha un corpo e come tale un peso specifico. Laura ce ne parla per esempi e sfata anche un paio di miti. Ad esempio: l’Inglese non è una lingua neutra

La copertina del libro “Il corpo del testo”, uscito per Asterisco editore

E: La traduzione è frutto della mediazione tra sistemi di potere. In che modo il linguaggio rispecchia un sistema di potere? O lo costruisce?

S: In Islandese, esistono diverse parole per indicare Snjór, la neve. Mjöll, per esempio, è quella appena caduta, ancora fresca mentre Hjarn è quella ghiacciata, diversa ancora da Kafsnjór che cade fitta e pesante, come in una bufera. In Italiano, invece, ci sono diversi termini per indicare le varie tipologie di pasta: spaghetti, fusilli, rigatoni, farfalle. E’ a questo che serve il linguaggio; ci occorre per poter descrivere e rappresentare la realtà circostante. Più la nostra realtà va complessificandosi, più avremo bisogno di nuovi termini, di nuove parole, di nuove rappresentazioni linguistiche capaci di mostrare quella complessità.

E: Un esempio di questa complessità?

S: Le parole “ministra” e “cortigiana”. Nonostante il termine ministra sia ben formato e in pieno accordo con i meccanismi della grammatica della lingua italiana, negli ultimi tempi sono state diverse le sterili e futili polemiche che vi si sono agglomerate attorno: polemiche che non hanno a che fare con la formazione del termine ma con il referente a cui si riferiscono, una donna in una posizione di potere.
Nel secondo caso, invece, la parola cortigiana, cioè donna che vive la corte, è stato delegittimato rendendolo sinonimo di prostituta. Qui il problema si sdoppia: da una parte si declassa l’intellettualità della donna di corte, dall’altra si denigra la sua libertà sessuale, castigandola, reprimendola.

Questo discorso sul linguaggio sessista e largamente in uso, ha incluso, a partire dagli anni Ottanta, anche la traduzione. Se il linguaggio è così “biased”, è così ricco di pregiudizi, preconcetti, cliché, è così intriso di sessismo, come lo si può decostruire? E soprattutto, come si può fare lo stesso in altre lingue, evitando quindi che l’infezione patriarcale e omofoba si diffonda? Da alcuni anni, sono proprio i gruppi politici autorganizzati, quelli che si muovono partendo dal basso, sono i collettivi transfemministi e queer il motore centrale da cui si diramano diverse sperimentazioni linguistiche: sperimentazioni che, così sospinte, riescono a raggiungere anche le università e l’accademia.

E: In che modo si possono neutralizzare i sistemi di potere linguistici?

S: Neutralizzare i sistemi di potere linguistici è tutt’altro che una passeggiata dal momento che questi esistono capillarmente e sono, spesse volte, congruenti con  le stesse istituzioni. Andiamo però con ordine: credo che chiunque di noi abbia il potere di sovvertire, seppur nel suo piccolo, il linguaggio in uso. Ognun@ è in grado di hackerarlo, di cambiarlo dall’interno. Possiamo, individualmente o collettivamente, per esempio decidere di non utilizzare più la parola “puttana”. Avendone riconosciuto il carattere denigratorio verso le donne, i loro corpi, la loro libertà sessuale, scegliamo di non pronunciare più quel termine e chiediamo alle altre persone attorno a noi di fare lo stesso. Si tratta evidentemente di un piccolo passo, di una singola goccia nell’oceano: tuttavia, vale la pena provare, insistere, divenire un modello da seguire. Possiamo, lottare contro gli stereotipi veicolati nella lingua – stereotipi di cui, purtroppo, perfino i libri di testo in dotazione nelle scuole elementari. Possiamo quindi sostenere associazioni come Scosse, percorsi formativi come quello proposto da Educare alle Differenze o da esperienze quali Narrazioni Differenti, per ragionare, lavorare, proporre altri testi nell’ottica di una cultura intersezionale e interculturale.  Possiamo scrivere testi, brani, tesi, articoli di giornale, articoli per blog noi stess*, possiamo creare il o i precedenti su carta digitale e non. Possiamo coniare nuovi termini, espressioni, possiamo usare l’asterisco, la chiocciola, la lettera x per sovvertire generi, binarismi, sessualità. Possiamo, per fortuna, incarnare il cambiamento linguistico che vogliamo vedere rappresentato.

Non credo, ad ogni modo, che ci sia una “ricetta” per sovvertire il sistema di potere:  è importante  fare qualcosa, inventarsi un modo per rappresentare quelle identità che vengono oppresse, delegittimate e invisibilizzate. Ogni modo è ben accetto.

E: C’è una lingua più neutra delle altre?

S: Temo che non ci sia una lingua più neutrale di altre e se pensiamo che ci sia, temo sia bene ricredersi: si tratta di un’illusione. Solo perché una lingua non declina in maschile e femminile – senza lasciare via di scampo – non significa che sia meno sessista o omofobica. L’inglese, ad esempio, vanta spesso d’essere “gender neutral”. In realtà, chi ben conosce l’idioma sa che non è così.  La parola “translator”, per dire una, è una parola che è stata assunta come neutrale, come parola per genericamente intendere traduttori e traduttrici. In realtà, fino ai primi anni del XVIII secolo, esisteva la parola “translatress” che, infatti, come ci suggerisce il suffisso femminile “-ess”, voleva dire “woman who translates”. Che fine ha fatto questa parola? Perché è stata inglobata, fagogitata dal termine maschile – e che infatti, del maschile porta il suffisso di origine Germanica “–er”? Il responsabile di questo fenomeno l’abbiamo già identificato: si chiama patriarcato.

E: In cosa consiste la traduzione transfemminista?

S: La traduzione transfemminista è un tipo di traduzione che vuole curare il passaggio, dalla lingua fonte alla lingua d’arrivo, delle donne, delle soggettività LGBITQ* e delle identità oppresse per genere, razza e classe.
E’ una postura traduttiva attraverso la quale ci si rende conto che, nel cosiddetto “lost in translation”, nella perdita che ogni traduzione chiede come tributo, sono sempre le stesse persone ad essere sacrificate.
Questo tipo di traduzione, politica e culturale, tiene gli occhi ben aperti sul testo: si iper-interroga su come salvare le identità che altrimenti verrebbero omesse dal discorso.

Tradurre in ottica transfemminista significa notare, riconoscere determinate identità e saperle mantenere anche attraverso il processo traduttivo. Significa essere consapevoli del proprio posizionamento nel mondo e nella società, significa mettersi a disposizione degli e delle oppresse. La traduzione transfemminista queer, si può applicare sempre, dalle istruzioni dei mobili Ikea, agli albi illustrati. Per esempio, il testo dell’illustratrice Beatrice Alemagna, che amo molto, che in inglese è stato pubblicato con il titolo gender neutral “What Is a child?”, è rintracciabile in italiano con il titolo “Che cos’è un bambino?”, che di neutrale, purtroppo, non ha nulla. , il testo di Alemagna in italiano, se letto tutto al femminile, genera un eco potente, crea una rappresentatività tutta diversa.

“Ci sono bambini di tutti i tipi, di tutti i colori, di tutte le forme. […] Un bambino ha piccole mani, piccoli piedi e piccole orecchie, ma non per questo ha idee piccole. Le idee dei bambini a volte sono grandissime, divertono i grandi, fanno loro spalancare la bocca e dire <<Ah!>>.”

Se declinato al femminile, il testo come per magia cambia senso, facendo riempire i polmoni alle altre, fino a quel punto escluse: “Ci sono bambine di tutti i tipi, di tutti i colori, di tutte le forme […] Una bambina ha piccole mani, piccoli piedi e piccole orecchie, ma non per questo ha idee piccole. Le idee delle bambine a volte sono grandissime, divertono i grandi, fanno loro spalancare la bocca e dire <<Ah!>>.

Illustrazione by AbsurdDesign

2 risposte a "Si può cambiare la realtà attraverso il linguaggio? (conversazioni sulla traduzione transfemminista)"

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  1. E’ da diverso tempo che anche io sto riflettendo sull’uso del linguaggio, in particolare dell’uso che ne faccio io. Proprio come riporti tu, ad esempio, sto cercando di evitare parole come puttana e simili, e sto anche cercando di riprendere gli altri quando la usano, cercando di far riflettere loro sulla questione. Dopotutto, bisogna partire dalle piccole cose e da noi stessi se si vuol cambiare veramente qualcosa, no?
    Tra l’altro, studiando per un esame di psicologia discorsiva, sono stata colpita e mi sono soffermata proprio sull’importanza del linguaggio e del discorso, e di come siano strumenti non tanto per descrivere la realtà che ci circonda, ma proprio per costruirla. E’ un concetto che mi affascina molto e che credo molto veritiero.
    Comunque, prenderò spunto e leggerò “Il corpo del testo”!

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