Milano e «l’assalto al cielo» nelle riviste di controcultura

«La controcultura è suonare rock’ n’roll, fumare erba e scopare per la strada», diceva Ed Sanders, poeta e intellettuale hippie statunitense. Il movimentismo giovanile, importato dagli Stati Uniti e inaugurato dalla generazione beat degli anni Sessanta, ha anche prodotto cultura contro il mainstream, sotto forma di riviste indipendenti. Riviste per sfuggire alla realtà, al lavoro precario e all’omologazione. Controcultura per produrre sogni, utopie e distopie, per immaginare un futuro migliore, o peggiore, ma sempre rigorosamente su carta. In bianco e nero o a colori, la scelta la fa l’umore del periodo storico. Bianco e nero per i beat, perché negli anni Sessanta non esisteva la stampa a colori, un’esplosione a predominanza rossa per i ruggenti anni Settanta, nero petrolio per il successivo ventennio punk e cyberpunk. Fino ad arrivare agli anni Dieci, quando la grafica digitale ha rivoluzionato lo stile.


Milano è stata la capitale italiana delle attività editoriali dei movimenti giovanili della strada. «La controcultura è fatta da adolescenti e giovani inquieti. Arrivati dalle periferie e dalle provincie, si fanno forza, abbandonano le lande desolate delle aree metropolitane per arrivare nel centro cittadino. Così iniziano il loro assalto al cielo», spiega Marco Philopat, scrittore e fondatore di Agenzia X. La casa editrice indipendente ha raccolto gli esiti della prima conferenza sulle controculture nel libro L’università della strada. Philopat si definisce «un punk studioso di controculture», ma è stato uno dei protagonisti del movimentismo degli anni Ottanta, che si riuniva al Virus, storico centro sociale di via Correggio. Le periferie, la ricerca di riscatto e il disagio sociale sono i grandi temi della controcultura: «Soprattutto per le persone tormentate che vorrebbero migliorare la loro condizione», aggiunge lo scrittore. «Come sappiamo, se ci sono delle situazioni di disagio è facile che i ragazzi o le ragazze più giovani finiscano in qualche inferno metropolitano. Fare una rivista voleva dire entrare in una logica non solo di relazione dell’altro da te, ma anche avere la possibilità di affrontare i problemi collettivamente». Il primo fenomeno controculturale underground a Milano è stato il movimento beat che contestava la way of life borghese e il boom economico che le classi proletarie non riuscivano a intercettare. I “capelloni” della beat, come definiti dalla stampa degli anni Sessanta, erano figli di proletari, con pochi mezzi e un forte bisogno di aggregazione. «In questo modo riuscivano a emergere nell’opinione pubblica, farsi conoscere. Le riviste nascono dal bisogno giovanile di esprimere le proprie idee, con l’ansia di manifestarsi all’esterno», dice Nicola Del Corno, professore di Dottrine politiche all’Università Statale e studioso di movimenti controculturali.

La locandina della mostra L’edicola che non c’è

Del Corno è tra i promotori, insieme a Philopat, de L’edicola che non c’è, una mostra temporanea dedicata alle riviste di controcultura milanesi, allestita per Milano Book City 2019. L’obiettivo era lanciare una raccolta fondi per la realizzazione di un archivio digitale delle riviste, gratuito e fruibile dal pubblico. Gran parte delle riviste esposte, divise per decenni, sono state digitalizzate e saranno inserite nell’archivio online a partire da gennaio 2020. La mostra ha raccolto un pubblico intergenerazionale, «è venuto a trovarci anche l’avvocato della redazione di Mondo beat, che ha 93 anni», scherza Philopat. L’edicola che non c’è ha occupato per tre giorni gli spazi della redazione della prima rivista di controcultura milanese, Mondo beat, attiva per due anni dal 1966 al 1967. Indirizzo: «Piazza Duomo, sotto la statua del pirla a cavallo», come dicevano i movimentisti del tempo. A conferma del suo Dna underground, Mondo beat, edita da Feltrinelli in sette numeri, trovò la sua casa sotto la città, nel corridoio della metropolitana tra Cordusio e Duomo, negli anni immediatamente precedenti ai movimenti studenteschi del ‘68. Si protestava contro la guerra in Vietnam, per la sessualità libera.

I beat scrivevano sotto il Duomo e distribuivano la loro rivista davanti alla Madunina, ma con lo sgombero del campo di via Ripamonti, dove viveva la comunità milanese, svanì anche l’esperienza della rivista. Dopo la produzione politica degli anni Settanta, con l’esperienza di Re nudo, in prima linea nelle rivendicazioni dei lavoratori, nella lotta per i diritti civili e per la liberazione sessuale, ecco il punk che cambia l’orizzonte degli eventi. Con il nuovo immaginario nichilista si rivoluziona la grafica, le immagini di copertina si tingono di nero e di colori acidi. Basta guardare Linea diritta, Donald punk e Tvor (Teste Vuote Ossa Rotte). «I Sex Pistols ci hanno sbattuto in faccia “no future”. Fu la fine della visione ottimistica della società», spiega Del Corno.
Le visioni distopiche degli anni Ottanta, alimentate anche nel decennio successivo dal cyberpunk, sembrano essere tornate nella produzione contemporanea. «È successo che durante la tre giorni di apertura de L’edicola che non c’è, i ragazzi ci hanno portato cinque o sei nuove produzioni, come alcuni racconti distopici alla Philip Dick, molto ben curati», ricorda lo storico. Le riviste controculturali racchiudono la fase pre-politica della società, cioè «prima della professionalizzazione», con le parole di Philopat. I sogni e le voglie giovanili, stampate nero su bianco, assumono un significato precursore dei tempi, per chi si guarda indietro. È troppo presto per capire cosa stia succedendo oggi, sottotraccia e per strada, nelle periferie e nelle province “croniche”. Le controculture affiorano nel momento in cui diventano testo e carta, ma sono precedute dalla produzione musicale, spiega Philopat. «La controcultura ha due grandi filoni di espressione: quello primario, musicale e quello secondario legato alle riviste, oltre a quello politico dell’organizzazione di concerti, di cortei e manifestazioni». Secondo lo scrittore, la nuova controcultura, peraltro già morente, è la musica trap: «In Italia è un fenomeno nato circa quattro o cinque anni fa e ci ha messo pochissimo tempo ad arrivare, cioè a vincere Sanremo. Mahmood ha lo stesso produttore di Sfera e Ghali. Anche la loro biografia è simile».
 Un fenomeno accelerato e di massa. La generazione Z della controcultura scrive di distopie, ascolta trap ma resta inquieta. «Cosa rifiutano i giovani oggi? La precarietà, il futuro incerto, lavorare per una situazione occupazionale non garantita. Questi sono temi che si trovano anche nei beat degli anni Sessanta», è la risposta di Del Corno. «Oggi il ritorno della rivista è visto come una difesa dai social e dagli smartphone», aggiunge Philopat. Con la migrazione sul web di Milano X, di attualità cittadina, e senza l’esperienza di Strumenti critici, rivista di agitazione culturale, le realtà di controcultura contemporanea a Milano sono impalpabili o non hanno ancora trovato una continuità. Individuare i canali di sfogo dell’inquietudine giovanile non è un dato di fatto. La sola certezza è il carattere effimero e cangiante di queste tendenze: la controcultura, con la sua musica e le riviste, muore nel momento in cui «l’assalto al cielo» è vinto.

Ho scritto questo articolo per la rivista MM – numero del 27 dicembre 2019

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