Profondamente amo la tua libertà

Perché non ti possiedo. Perché ti appartieni. Perché ammirare un altro essere umano raggiungere i suoi obiettivi è una felicità inspiegabile. Perché la giusta distanza è sintomo di rispetto e provoca meraviglia. Perché la conoscenza libera è  pura poesia. Perché scegliersi ogni giorno è difficile. Perché una persona libera raggiunge il massimo grado di bellezza. E poi…Questo amore, come diceva Jacques Prévert….

Femminicidio: «La forma estrema di violenza di genere contro le donne – scrive Marcela Lagarde, l’antropologa che per prima ha scritto di questo crimine  – prodotto della violazione dei suoi diritti umani in ambito pubblico e privato, attraverso varie condotte misogine che comportano l’impunità tanto a livello sociale quanto dallo Stato e che, ponendo la donna in una posizione indifesa e di rischio, possono culminare con l’uccisione o il tentativo di uccisione della donna stessa»

Ci trovate qualcosa in comune con l’amore? Allora io non mi spiego come la versione dell’assassino possa prevalere sulla storia della vittima. Perché, per quanto si voglia pensare che le donne siano indipendenti ed emancipate oggi continuano a subire la violenza del mondo e la furia degli uomini.

Perché poi l’amore con i fatti degli ultimi giorni, con le storie di Elisa e Atika, non c’entra proprio niente. Sono storie di violenza, purtroppo ordinaria, e dovrebbero provocare una riflessione sull’inferno che le donne vivono, magari denunciano, come Atika Gharib, rimanendo senza voce. Atika Gharib è stata bruciata viva in un casolare vicino Bologna, a Castello d’Argile dal suo ex compagno, alcolizzato che tentava di abusare della figlia 14enne. Una storia sbagliata da cui stava cercando di tirarsi fuori, Atika. Ma non c’è codice rosso che tenga. Avranno sbagliato i Carabinieri? Sono state notificate per tempo le ripetute denunce di Atika? Poteva salvarsi questa donna poco più che quarantenne che aveva già una figlia adolescente, aveva comprato una casa e lavorava da una vita. Sicuramente poteva vedere le sue figlie diventare grandi e avere quello che lei non ha avuto, magari.

Quella vita che volevamo fare insieme, la faremo in paradiso.  No, non sono le parole di un folle ma di un uomo, un vigliacco che di nome fa M’Hamed Chamekh, che ha ucciso senza pietà chi aveva deciso di dire NO alla sua violenza.

E poi arriva il voltastomaco, quando al silenzio sulla storia di Atika corrisponde il chiasso delle descrizioni su tale Massimo Sebastiani. Si susseguono gli articoli che riguardano il suo animo da buono e la sua ingenuità nel compiere un gesto efferato: ha strangolato con le sue mani da orco l’oggetto del suo desiderio, Elisa Pomarelli. L’oggetto, appunto. La violenza passa dall’oggettificazione (scusate l’italiano inesistente). A questo punto, anche l’orientamento sessuale di Elisa passa in secondo piano. O se avesse un ruolo nel movente dell’assassino lo sapremo solo con la lettura della convalida dell’arresto del gip.  Quale atto più disumano del non vedere? non sentire, non percepire che l’altro non esiste per rispondere ai desideri ma esiste, e basta.
In questa spirale di violenza senza fine, perché io riesco solo a definirla violenza derivante da egoismo patologico, l’unico dato di fatto è che Massimo Sebastiani e M’Hamed Chamekh sono gli autori di un terribile crimine per il codice penale. Peccato che non esista un articolo del codice penale che punisca e ci liberi dalle due peggiori vergogne dell’umanità: la vigliaccheria e la viltà.

 

 

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