Geografia di una città Controsenso Artificiosa Manierata Promiscua (CAMP)

Milano. «Cosa ne pensiamo del Camp? Non si potrebbe vivere senza». Parola di un gruppo di avventori del Ghé pensi mi, locale fulcro di NoLo (North of Loreto). Un quartiere che «non sa di essere Camp e non sa di essere NoLo», dice Rovyna Riot, la drag queen di casa tutti i venerdì nel locale di piazza Morbegno con il suo spettacolo Fantastico, in programmazione anche al cabaret di Zelig.

Camp significa manierato, affettato, artificioso. Un atteggiamento estetico che si regge sull’esagerazione. «La cultura Camp attinge a una superficialità di facciata. Ha dei codici estetici impazziti ma genera confusione e dibattito. Il mio pubblico si sente amato e non benvenuto. Importante e inutile», aggiunge la drag queen. Viene sfidato dal palco con l’estetica stravagante degli abiti e il controsenso, con il cinismo autoironico e con un gioco in cui maschile e femminile si confondono fino ad assumere un significato nuovo. «Tutto quello che può sembrare di cattivo gusto e non richiesto, diventa la cosa più adatta in quel momento. Quanto è importante l’estetica? Ti direi… se sei brutta puoi anche stare a casa», aggiunge Rovyna.

«Lo stile vince sul contenuto, l’estetica sulla moralità, l’ironia sulla tragedia», dice Susan Sontag nel suo saggio Appunti su Camp, pubblicato nel 1964. Camp è la sensibilità della «serietà fallita» e della teatralizzazione dell’esperienza. Se fosse arte, Camp prenderebbe le sembianze del Liberty, delle sue linee sinuose, delle raffigurazioni barocche in cui predomina lo sfondo dorato e il tratto sottile. Un’architettura come la facciata di palazzo Galimberti, in via Malpighi e a due passi da Porta Venezia. Sui balconi in ferro battuto del palazzo si appoggiano donne in abiti succinti e uomini con corone di fiori, nell’attesa di qualcosa. Camp diventa stile di vita, votato all’eleganza del gesto e alla supremazia dell’estetica, un atteggiamento dandy consapevolmente rilassato e superficiale.

Myss-Keta
Myss Keta è un’icona Camp?

Porta Venezia è anche la casa di Myss Keta, misteriosa cantante milanese, dall’identità sconosciuta che appare in pubblico con mascherine e occhiali scuri da diva. Lo stile della rapper è Camp perchè dissacrante di un’estetica e degli eccessi della vita di Milano, pur abitandone le forme e i contenuti. Le ragazze di Porta Venezia è la canzone ironica e orgogliosa che rivela le giornate di un gruppo di ragazze «guidate dalla brama, mosse dall’inerzia», ribelli nell’abbigliamento provocante e provocatorio.

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A La Boum, il drag show più amato di Milano, si fa anche karaoke

Poco lontano, in zona Loreto, ogni venerdì si accende la serata La Boum. Aperta la tenda rossa, rigorosamente di velluto, appaiono luci stroboscopiche e colorate, un palco pronto per una sfilata: quella delle drag queen. In mezzo alla folla c’è anche Mahmood, il vincitore del festival di Sanremo. Non si prende sul serio il pubblico dell’Arizona 2000, balera storica che ospita anche serate di liscio, si diverte di gusto nel vedere sfilare le “queen” che cantano in lip-sync, imitando cioè il labiale dei testi, con un repertorio esteso da Whitney Houston a Raffaella Carrà. Lo stile è variegato tra vestiti lunghi di pailletes dorate, movenze che ricordano Marylin Monroe, costumi attillati da far invidia alla migliore Jennifer Beals in Flashdance. C’è anche spazio per lo stile marine, un modo maschile di essere femminile ispirato a YMCA. «Camp è il solvente della moralità. Istiga al divertimento, neutralizza l’indignazione morale»: Sontag conclude così il suo saggio, evidenziando degli aspetti di una cultura impermeabile alle regole della società ma capace di contaminazione irriverente. Camp cambia pelle, non si può certo paragonare Lady Gaga a Oscar Wilde, ma conserva una certezza: mai prendersi troppo sul serio. Almeno questa è la regola tra Porta Venezia e Loreto.

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