Identità di genere: il caso sportivo di Caster Semenya

Caster Semenya con la moglie Violet Raseboya, nel giorno del loro matrimonio (2015)

Caster Semenya continua a correre e a vincere nonostante le vicende giudiziarie. Il 12 giugno è arrivata prima nei 2000 metri piani al meeting di atletica di Montreuil completando il percorso  in 5’38’’19 ma prosegue la polemica e la battaglia legale con la IAAF, la federazione internazionale di atletica. Per la federazione, Semenya non dovrebbe correre gli 800 metri piani, la sua specialità, perché il suo livello di testosterone è incompatibile con gli standard previsti per le atlete donne. Ma il ricorso in appello dell’atleta al tribunale federale svizzero ha momentaneamente permesso all’atleta di gareggiare.

La vicenda giudiziaria – «Loro hanno un problema con me, io non ho niente contro di loro ma non mi esprimerò sul mio nuovo ricorso, potete chiedere ai miei avvocati», ha commentato l’atleta a fine gara, riferendosi all’appello davanti al Tribunale federale svizzero ancora in corso. Il 1 maggio Semenya aveva perso il ricorso davanti al tribunale arbitrale dello sport, con sede a Losanna, che aveva dato ragione al regolamento IAAF. Giudizio ribaltato il 3 giugno, in appello, dal Tribunale federale svizzero di Losanna che ha sospeso provvisoriamente il verdetto del Tas e concesso all’atleta di poter correre temporaneamente nelle sue specialità, 800 metri e 1500 metri piani, cioè almeno fino al 25 giugno, in attesa del verdetto definitivo. Semenya ha detto però di essere stata esclusa dal meeting di atletica di Tunisi, in programma domenica 23 giugno.

Il caso Semenya nasce nel 2009 quando la federazione di atletica decise di sottoporla a un test di genere che prevedeva la misurazione del livello di testosterone. I risultati delle analisi arrivarono dopo la vittoria della medaglia d’oro ai mondiali di Berlino nella sua specialità, gli 800 metri piani. L’atleta sudafricana fu squalificata dalle competizioni per un anno: fuori dagli standard medici e sportivi per le competizioni femminili. Oggi come allora Semenya non ha dubbi «sono un’atleta che può correre tutte le specialità dagli 800 ai 200 metri. Potrei anche correre la mezza maratona. Prendere delle medicine? Perché dovrei? Non imbroglio, non mi sono dopata. Non prenderò mai medicinali», ha ribadito la settimana scorsa a Montreuil.

«Mi hanno trattato come un ratto da laboratorio» accusa l’atleta in un comunicato del 18 giugno, che commenta le 163 pagine processuali del Tas pubblicate qualche giorno fa. Si riferisce al diktat dell’Iaaf, previsto nel suo regolamento che limita il diritto degli atleti con anomalie ormonali a prendere parte alle competizioni: chi non rientra nei parametri medici deve adeguarsi o resta fuori. Nel caso di Semenya, si tratterebbe di prendere ormoni per abbassare il livello di testosterone, troppo alto per competere con le altre donne. Per la Iaaf «Si tratta di giudicare tra il diritto di ciascun atleta all’autodeterminazione di genere, che proteggiamo e rispettiamo, e la protezione della categoria sportiva femminile, accessibile non solo in base a criteri di genere ma anche biologici». La federazione ha colto il punto fondamentale della vicenda Semenya. Ma restano tanti interrogativi. Tra due diritti fondamentali, dove si colloca la dignità dell’atleta? È un trattamento contro i diritti umani, e quindi inumano e degradante, una terapia ormonale imposta per accedere a un altro diritto, quello di partecipare a competizioni internazionali?

Identità biologica vs Identità di genere– Dalle carte del processo del TAS emerge ora la posizione la posizione della IAAF sull’identità biologica (e quindi di genere?) dell’atleta sudafricana. Semenya è «biologicamente uomo ma con tratti femminili». Per Iaaf è un’atleta intersessuale. Secondo l’Alto commissariato dell’ONU per i diritti umani «le persone intersessuali nascono con una vasta gamma di variazioni naturali nelle loro caratteristiche sessuali che non si adattano alla definizione tipica di maschio o femmina, compresa l’anatomia sessuale e i modelli cromosomici. Si stima che fino all’1,7 per cento della popolazione mondiale nasca con tratti intersessuali». Nello spettro dell’intersessualità c’è anche l’iperandrogenismo dell’atleta. Ma Semenya si sente donna e l’ha ripetuto a più riprese.
Il caso Semenya non è solamente una questione sportiva. Si entra a pieno diritto nella definizione dell’identità umana, un terreno scivoloso per le considerazioni etiche e giuridiche. Quale diritto deve prevalere? Lo stabilirà il Tribunale federale ma per il momento i regolamenti sportivi non possono fare altro che definire e, di conseguenza, ferire l’integrità dell’identità che Caster Semenya sente propria.

Ho scritto questo articolo per il sito La Sestina

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