La giurista risponde: «L’ordinamento italiano si oppone al riconoscimento del rapporto di genitorialità e di filiazione delle coppie omosessuali»

Diletta Giunchedi, dottoranda in diritto privato presso l’Università di Bologna, con tesi in «Le nuove forme di genitorialità tra identità biologica, verità legale ed effettività sociale», ha risposto alle mie domande sulle questioni giuridiche poste dall’emergere dei nuovi profili di coppia e genitorialità, come per le coppie omosessuali.
La ringrazio per la pazienza e per l’esaustività delle sue spiegazioni. Ecco la prima risposta della nuova rubrica “La giurista risponde”.

La c.d. legge Cirinnà ha istituito l’unione civile, ma è stata approvata orfana della parte sull’adozione per le coppie omosessuali. Perché è stata bloccata la stepchild adoption?

Il percorso parlamentare che si è concluso con la promulgazione della Legge Cirinnà sulle unioni civili e le convivenze di fatto, in vigore dal 5 giugno 2016, ha incontrato una pluralità di problematiche di natura giuridica, ma ancor più di natura sociale e politica.

Nella fase gestazionale e fino ad una decina di giorni prima della votazione di approvazione del testo definitivo, il progetto di legge prevedeva all’art. 5 la modifica della norma dedicata alla stepchild adoption. Si voleva estendere anche agli uniti civilmente l’accesso all’adozione del figlio del coniuge, concedendo così ad una parte dell’unione di adottare il figlio, biologico o adottivo, dell’altra.

Il procedimento parlamentare ha visto la strenua opposizione dell’ala conservatrice del Parlamento di concedere alle coppie unite civilmente la possibilità di accedere alla procedura adottiva. Al termine del lungo e travagliato procedimento parlamentare, la disposizione dell’art. 5 è stata sacrificata ed è stata eliminata dal testo legislativo approvato, con voto di fiducia, dal Senato il 25 febbraio 2016.

In base alla normativa in vigore, le coppie omosessuali non possono realizzare, in Italia, un progetto genitoriale. Questo divieto non è limitato all’adozione del figlio/a del/la coniuge, cioè la stepchild adoption. Lo schema normativo della legge Cirinnà ha impedito alle coppie omosessuali di accedere a qualsivoglia istituto che preveda la formazione di rapporti di filiazione. L’art. 1, comma 20, l. n. 76/2016, ha escluso espressamente l’applicabilità della regolamentazione in materia di adozione nella sua globalità impedendo, a opinione di parte della dottrina, anche l’accesso alle altre forme di adozione. Cioè a quella legittimante e piena, così come alle altre forme di adozione semplice previsti dall’art. 44 legge adozione. L’art 1 comma 20 afferma infatti che, al fine di armonizzare e garantire effettività e applicazione della normativa, ogni riferimento a coniuge coniugi o affini presente nella normativa nazionale deve ritenersi applicabile anche agli uniti civilmente, salvo la legge 184/1983, cioè la legge che regola la materia della stepchild adoption. In questo modo, è stata chiusa l’accesso all’adozione per le coppie omosessuali.

Questa scelta legislativa ha attirato molte critiche. Da un lato, queste riguardano il contenuto politico della legge e, dall’altro, ne contestano la tecnica normativa e la infelice formulazione stilistico-formale, espressione di un sofferto procedimento parlamentare. La normativa ha anche posto numerose difficoltà in sede di interpretazione, per i tribunali.

Il dibattito sociale e politico si è concentrato sulla sola mancanza della stepchild adoption, in quanto istituto più frequentemente utilizzato dalle corti nazionali e internazionali per offrire, ex post, un riconoscimento giuridico ai rapporti omogenitoriali per tutelare la stabilità e l’affettività dei rapporti del figlio di coppie dello stesso sesso.

Con la legge sulle unioni civili l’opposizione all’omogenitorialità si è insinuata nella struttura stessa della regolamentazione. Da un’analisi sistematica interna alla disciplina, è evidente il mancato rinvio e il riferimento alla normativa sulla filiazione. Non c’è poi riferimento nella normativa alla procreazione medicalmente assistita, che meriterebbe un diverso percorso argomentativo e esplicativo.

Si può quindi affermare che la legge Cirinnà si oppone al riconoscimento del rapporto di genitorialità e di filiazione. Da un’analisi sistematica dell’ordinamento, è evidente anche l’intento di mantenere una netta distinzione e gerarchia tra matrimonio e unione civile. La morfologia dell’unione civile sembra essere costruita per aderire ad un rapporto nato per essere bilaterale, non comprensivo di figli.

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