Queer è la forma dell’acqua e la sessualità non è una linea retta

E’ arrivato il momento di fare a meno della sigla LGBT e rivendicare la Q di queer. E’ la tesi di un articolo apparso sul sito The Atlantic circa un mese fa. Alla fine della lettura non solo non ero convinta, ma tendenzialmente recalcitrante ad accettare questo cambio di paradigma. Perché dovremmo rimettere in discussione l’identità di un movimento che, proprio negli ultimi 20 anni, ha conquistato almeno in Europa e in nord e sud America accettazione sociale, tolleranza e legislazione favorevole in materia di diritti? Non sarebbe un suicidio assistito rinunciare all’architettura di un’identità? Non è inclusivo, sostiene il giornalista Jonathan Rauch, perché la sigla descrive una coalizione, descrive i gruppi ma lascia fuori dalla porta gli individui.

Una forma non normativa di immaginare la sessualità

Il movimento ha impiegato tanto tempo per spiegare il significato dei gruppi che compongono la famosa sigla e adesso dovrebbe rinunciare ad essere LGBTQI+.
Forse è proprio quel + che mette in crisi l’impalcatura concettuale del gruppo. Potenzialmente, ci sono le premesse per un’infinita declinazione del paradigma sessuale. Ad esempio, le persone skoliosessuali. “L’attrazione sessuale per gli individui che non rientrano nella distinzione binaria di genere, o per coloro che NON si identificano come cisgender o cisessuali (concordanza tra l’identità di genere del singolo individuo e il comportamento o ruolo considerato appropriato per il proprio sesso). Il termine non descrive un’attrazione per specifici organi genitali o per un genere assegnato fin dalla nascita, ma si tratta di una definizione inclusiva”. L’avreste mai detto? E cosa succede se poi la sessualità a un certo punto cambia?

E’ a causa della mancanza di inclusività che la tesi di cui sopra non è poi cosi svantaggiosa né assurda. Ma solo da un punto di vista concettuale. Sarebbe probabilmente difficoltosa la via della rivendicazione politica, viste la diversità di rivendicazioni e lotte all’interno del movimento, di cui non si parla spesso o comunque troppo poco. Ma potrebbe unificare la lotta per non creare settarismi che, notoriamente, hanno trazione centrifuga per il gruppo trans e intersex rispetto alla parte LGB.
Riunire tutte le minoranze sessuali sotto la sigla Q di queer ha senso perché queer raccoglie una definizione fluida di cosa sia la sessualità.
Ma cosa significa davvero queer? Urban dictionary dà varie letture. “Un’identità usata per essere vaga o non specifica sull’orientamento sessuale di una persona, identificandosi con la comunità LGBT nel suo complesso. Anche una descrizione degli orientamenti sessuali non eterosessuali delle persone in un modo non specifico e imparziale” oppure “un’identità usata perché i termini gay, lesbiche o bisessuali non sono sufficienti per i loro sentimenti interiori“. I sentimenti interiori, appunto. Definirli è difficile e spesso non ricadono in una categoria specifica.

La sessualità ha la forma dell’acqua

Il movimento delle minoranze sessuali è pronto per questo passaggio? Sarebbe ammutinamento di una delle idee fondamentali del movimento? Born this way. Si, ma prendiamo forma a seconda degli agenti atmosferici che ci modellano nella vita. Tre forze costituiscono e plasmano un essere umano: l’eredità, l’ambiente e lo sconosciuto agente x”, diceva Vladimir Nabokov in Lezioni di letteratura.

Uno studio del 2015 dei ricercatori Savin-Williams pubblicato su Journal of Personality and Social Psicology, argomenta che l’eterosessualità non esiste. Saremmo tutti esseri fluidi ed eccitabili, sebbene in misure diverse. I due ricercatori partono dalla constatazione empirica secondo cui uomini e donne rispondono a stimoli sessuali, come i filmati pornografici, dilatando le pupille sia nel caso di scene di sesso eterosessuale sia nel caso di scene omosessuali. Una reazione scientificamente misurabile. Secondo i ricercatori la verità scientifica oggettiva dice che la sessualità non è eteronormativa. L’eterosessualità sarebbe dunque un’invenzione normativa, cristallizzata nel tempo nell’architettura sociale che tutti conosciamo.
Nell’ultima inchiesta sull’omofobia in Italia, apparsa su L’Espresso il 10 febbraio (fonte Euromedia research nel 2018) si stima che il 12,8% della popolazione italiana si dichiara omosessuale, lesbica o bisessuale ma…si puo davvero misurare la forma dell’acqua?
Forse è ancora troppo presto per essere queer. Perché il movimento LGBT+ non ha ancora fatto tutte le sue conquiste politiche, e sono ancora troppo fragili le architravi dei diritti delle minoranze sessuali per immaginare di esporsi cosi liberamente rispetto al cncetto di sessualità aperta. Una forma troppo libera di pensare a se stessi e alla propria esistenza continua a stridere con un mondo dove la norma diventa una catena e un ostacolo alla scoperta di sé.

Foto in copertina Lydia Ortiz

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