Personale è politico: anche l’omofobia è una questione politica

2 gennaio 2019, Torino. “Brutto ricchione, ti ammazziamo. Aspettati il peggio da noi“. Leonardo, residente a Torino, è stato aggredito nel suo cortile di casa da un gruppo di ragazzini. Piovono insulti. L’uomo cerca di sfuggire al gruppo di aggressori ma è raggiunto da colpi alla testa e al collo, rimediando numerose ecchimosi, tagli e una prognosi di 30 giorni. Leonardo racconta che nessuno dei suoi vicini di casa, allarmati dai rumori, è corso in aiuto. E’ stato salvato dalla minaccia di un accoltellamento dal suo amico e da un passante.
E ancora, 3 gennaio 2019, a Parma compare uno striscione di Forza Nuova davanti a casa del sindaco Pizzarotti. «Mamma e papà, il resto è omofollia», dicono quelli di FN. «Chiamano “omofollia” i diritti di quattro bambini ai quali ho sottoscritto l’atto di riconoscimento di genitori dello stesso sesso. Il diritto, cioè, di quattro bambini a vedersi riconoscere per legge gli stessi diritti di ogni altro bambino di questo mondo», ha replicato il primo cittadino di Parma.
Possiamo ricordare i trascorsi di Verona, Ragusa, Pisa
Esiste un rimedio perché si possa vivere in pace facendo parte di una minoranza? (Secondo me) no. Ma si puó lottare per tre principi fondamentali.

1) La visibilità. Aumenta il rischio di essere attaccati, certo. L’omo-amore attira tante attenzioni, di diverso tipo. Si va dalla curiosità (ci si puo rendere conto di essere al centro dell’attenzione di un intero tram solo perché si sta abbracciati alla propria innamorata, proprio cosi) alla malevolenza con tentativi di aggressione (i gruppi di ragazzini sono, ahimé, particolarmente inclini ad aggredire). Per mano non si puo’ andare, abbracci non se ne possono dare, baci neanche a parlarne. Ma non si puo’ vivere una vita di giorno e una nell’ombra, no. Quindi si deve conservare la calma olimpica e non avere paura, nei limiti del possibile. Se la famiglia è davvero famiglia, non vota Forza Nuova o non simpatizza CasaPound, il coming out potrebbe essere risolutivo.

2) La legge e la Costituzione. Siamo un po’ messi male a livello di leggi specifiche in Italia. Non esistono normative contro i crimini d’odio, l’incitamento all’odio, o politiche antidiscriminazione in ragione dell’orientamento sessuale (a parte la non discriminazione sul posto di lavoro). Non esiste il reato di omofobia per intenderci. Male, molto male. Lo pensa anche ILGA (International Lesbian Gay Association) che classifica l’Italia al 36mo posto del suo “Indice arcobaleno 2018“, che in Europa misura il grado di protezione delle persone LGBTI. Dietro di noi? Un gruppeto composto, tra gli altri, da Russia, Turchia, Azerbaijan, Bielorussia, Romania, Moldavia ecc.

Il Kosovo (fatto curioso perché non è riconosciuto internazionalmente come uno Stato) ha fatto meglio di noi.

3) La solidarietà. La storia di Leonardo ha sfumature tristi proprio perché nessuno ha aperto la propria porta per accoglierlo in una situazione di pericolo imminente. Si vive in una società in cui per ottenere aiuto, si deve continuare a urlare “al fuoco!” quando si viene aggrediti. Aveva ragione Antonio Gramsci “Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti“.

Questa misticanza di rimedi pubblico-privati, serve esattamente ad arrivare dove il titolo di questo post vuole arrivare Si. Senza l’attivisimo politico non siamo niente. Se non chiamiamo per nome gli aggressori delle persone vulnerabili siamo degli indifferenti. Si chiamano omofobi e, NO, non è una bella cosa per rivendicare nessun io,nessuna patria, nessuna famiglia. Sono in difficoltà, perché, ad oggi, devo ammettere che è molto difficile stabilire un punto di contatto con chi si trincera nelle torri d’avorio. E questo è un motivo di grande sofferenza.

L’amore dovrebbe essere difeso solo privatamente, con i versi dei poeti e le ballate. Questo privilegio, purtroppo, non è concesso a chi subisce attacchi pubblici e pressioni sociali. Ecco a cosa servono le associazioni e le sigle LGBT+, una funzione fondamentale è proprio creare una rete di sicurezza attorno a chi non ce la fa a difendersi da solo. Grazie a chi ha fatto le rivolte di Stonewall, 50 anni fa. Oggi, si continua a (r)esistere e sognare il giorno in cui, al mondo, ci saranno meno indifferenti e più partigiani dell’umanità.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Create a website or blog at WordPress.com

Su ↑

GF Maccaferri

...e provare ad andare oltre il solito "che carino"

G-ancho ibérico

Politica e cultura sui binari di Spagna

Sui muri di Milano

Tutta la street art in giro per Milano

The Bottom Up

Approfondimento dall'Italia e dal mondo

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: